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Il successo mediatico dei cerchi nel grano


Dopo aver commentato nei precedenti post  la notizia di Nature e sviluppato il tema dei cerchi nel grano come “marketing e culto”, rimane da rispondere ad un’ulteriore domanda di carattere psicosociale: perché questo genere di notizie, foto e filmati, hanno così tanta diffusione? Perché suscitano tanta attenzione, curiosità, dibattito, polemica? Ho riassunto le motivazioni principali in 8 punti, le otto leggi del duraturo successo dei cerchi nel grano:

1) le immagini sono suggestive, cambiano, evolvono, danno la sensazione, o l’illusione, di vitalità propria, inglobano simboli e informazioni universali, rappresentano sempre una novità e sono belle da vedere, soprattutto da una prospettiva percettiva diversa dal consueto: dall’alto  – di conseguenza una notizia;

2) coinvolgono molte persone curiose, che si spostano da un luogo all’altro, creando persino ingorghi stradali; coinvolgono addirittura le forze dell’ordine, i carabinieri per il loro registro sui presunti avvistamenti UFO, ad esempio – quindi fanno notizia;

3) sono state associate all’intervento di UFO ed alieni – di per sè, notizia;

4) sono tacciate di rappresentare burle, bufale, ragazzate, però a volte ingegnose e ben congegnate – quindi fanno discutere fazioni diverse di pro e contro; creano quindi movimenti di opinione;

5) rispondono alla voglia di mistero, di religiosità emotiva, spicciola e spontanea di molte persone del nostro tempo;

6) grazie ad internet e nuovi media hanno diffusione globale, permanendo a lungo nella memoria collettiva; il loro successo attuale è conseguenza della globalizzazione di media e fenomeni socio-culturali. Ciò che interessa, piace, emoziona, fa discutere a livello “local”, è suscettibile di fare altrettanto a diffusione “global”;

7) i crop circle sono un fenomeno seriale, tipico di cultura, mode, spettacoli, interessi e persino deviazioni del nostro tempo;

8 ) i crop circle rappresentano per i nostri occhi e il nostro cervello fenomeni percettivi polivalenti, illusioni ottiche, figure impossibili, illusioni prospettiche; rientrano nella neuropsicologia dell’ambiguità, sono cioè immagini ambigue sul tipo di quelle  studiate in psicologia della percezione (volto giovane-vecchio, volti contrapposti-vaso ecc.). Tali immagini sollecitano quella parte del nostro cervello che cerca di dare collocazione alle immagini che percepiamo, di attribuire senso e significato al mondo. Il fatto che siano immagini enormi, amplifica ancor più la caratteristica di offrire alla nostra percezione e al nostro cervello varie possibili soluzioni.

Sulla realizzazione dei crop circle, tutti coloro che si chiedono “come fanno e nessuno li coglie sul fatto?”. Dovrebbero domandarsi come fanno i writers, in tutta Europa e nel mondo, a “decorare”  nottetempo non solo pareti di palazzi, ma addirittura interi vagoni di treni, metropolitane,  ciminiere. Non in sperduti e remoti campi, ma in luoghi quantomeno coperti da videosorveglianza. Anch’essi vengono tra l’altro definiti “invisibili aristi metropolitani”. Alieni pure loro?

Riflettiamoci un attimo: il fenomeno è molto simile, e dura da decenni. Street art e land art nascono da spinte ed esigenze ad esprimersi platealmente, molto simili, del nostro tempo. Riguardano luoghi in cui viviamo o che abbiamo abbandonato: il cemento e la terra. Oppure la tecnologia per spostarci da un luogo all’altro. Queste espressioni grafiche hanno la finalità principale di essere viste da quante più persone possibile. Suscitando, anzi scatenando emozioni: anche controverse, rabbiose, violente, repressive. I graffiti, belli o brutti che siano, non passano inosservati e difficilmente ci lasciano indifferenti. Anche nel momento in cui proviamo e manifestiamo disgusto e riprovazione, si tratta pur sempre di coloriture emotive. E suscitare emozioni è il compito di tali espressioni. Così per i writers di città, come per quelli di campagna.

Inoltre i cropartisti, in questo caso più e meglio di writers, sono anch’essi, oltre alle loro realizzazioni rurali, ambigui e misteriosi: producono artefatti che attraggono l’interesse di molti, ma non si fanno quasi mai vedere. Realizzano artefatti che veicolano simboli fortemente evocativi e, le rare volte che rilasciano dichiarazioni, sono più simili a quelle di una setta di iniziati che non di buontemponi “perdinotte”.

I cropartisti hanno compreso, se non studiato, molto bene la psicologia di massa: meglio celare, nascondere, occultare, che mostrare. In un’era affascinata dalle teorie del complotto, i cerchi nel grano comparsi di notte non si sa da chi né perché né come, sono perfetti. Meglio lasciare ai guardoni dei crop il compito di sviluppare ipotesi, teorie, nonché accapigliarsi tra credenti e scettici. Meglio celarsi nel buio della notte, mostrasi incappucciati in rare fotografie pixelate. Tutta scena. Tutta roba che fa mistero e suggestione per animi semplici e creduloni. E comunque notizia, dato che ogni volta che spunta una immagine rurale, anche rozza ed esteticamente penosa, i media, se non altro locali, ne parlano. Perché? “Finché la gente sarà curiosa di sta’ roba!”, si giustifica il caporedattore. Appunto.

Suggerimento conclusivo per i master di comunicazione, giornalismo e pubblicità: mettete in calendario qualche bella lezione sul potere mediatico dei cerchi nel grano. Magari affidandola al sottoscritto.

Il marketing e il culto dei cerchi nel grano


Torno sull’argomento, dopo aver diffuso e commentato la notizia dell’articolo comparso su Nature, perché mi rendo conto che il tema dei cerchi nel grano viene costantemente dibatutto dal punto di vista del “fenomeno” in sé e quasi mai, o raramente, da quello delle motivazioni e della psicologia che ci starebbero dietro. Inoltre, dai critici viene rimarcato l’aspetto della “burla” e non, invece, quello del business indotto dai crop circle.

Intanto, gli interessi sono diversi, variegati e intrecciati. Come ho accennato, è vero che le figure tracciate nei campi sono destinate a scomparire, ma tuttavia permangono all’infinito foto e filmati su internet e attraverso gli altri  media. A volte, dati la moda e l’appeal del fenomeno, queste realizzazioni hanno maggior successo e diffusione mediatici di qualsiasi altra opera artistica contemporanea.

I cerchi nel grano sono, o possono rappresentare, un affare economico. I gestori di pub inglesi pare facciano un sacco di soldi ogni volta che nella loro zona compare una bella immagine campestre (ormai c’è di tutto, non solo “cerchi”). Ma pure i contadini: si raccontano casi di gente che abbia raccimolato 30.000 sterline (nei pressi di Stonehenge, si capisce) facendo pagare tutti coloro che volevano visitare il campo magicamente adornato. In alcuni casi i cropartisti si accordano pure con l’agricoltore, pagando l’uso notturno del campo e risarcendo preventivamente il danno procurato al raccolto. Ritorno commerciale del mistero non nuovo per quelle latitudini: quanta gente avrebbe mai visitato Loch Ness, se non per la fama del mostro? Il mistero vende. E rende.

Per i cerchi campestri, altrettanti denari  si possono fare vendendo i diritti di immagini, nonché accesso a campi di proprietà privata, a tv, giornali, fotoreporter, agenzie fotogiornalistiche. Inoltre vi sono aziende, ma pure organizzazioni umanitarie, che impostano campagne pubblicitarie  in collaborazione con circlemakers (viral marketing; Nike, Pepsi, Microsoft, BBC, Greenpeace, Sky, Weetabix, Big Brother, Mitsubishi, Thompson Holidays, Hello Kitty, History Channel e Discovery Channel, Orange Mobile hanno commissionato crop pubblicitari). Persino Google, sempre attento a ricorrenze, eventi, tendenze internazionali e di massa, non si lasciò sfuggire l’occasione di farci un logo con tanto di immagine riproducente la celebre scritta e ufetto volteggiante sul campo.

Così in molti, dato che sempre Google aveva già dedicato agli UFO un altro logo, si sono chiesti perché, percome, come mai, il motore di ricerca più potente e famoso al mondo abbia questa propensione verso manifestazioni e veicoli alieni. E qualcuno ne ha ovviamente concluso che si tratti di una indiretta ammissione del fatto che Google e internet siano realizzazioni di “retroingegneria”, cioè ricavati dallo studio della tecnologia extraterrestre.

Così, di mistero in mistero, di passaparola in passaparola (“hai visto che Google?”, word of mouth marketing), si si creano i miti. E tutti ne parlano: marketing virale e mass marketing, appunto. Ad oggi, la voce “cerchi nel grano” su Google Italia raccimola più di 10 milioni di risultati. Se foste pubblicitari, non lo concedereste un piccolo disegnino ogni tanto a tutta sta’ gente? E difatti il rapporto Google-UFO è proseguito in altre occasioni, ad esempio l’anniversario della nascita dello scrittore Herbert George Wells.

Va aggiunto che i cerchi nel grano, rispetto agli UFO, rispondono ad una importante esigenza psicologica: i primi possono essere visti e toccati da chiunque, i secondi no. Di conseguenza, se credo all’equazione crop circle-UFO, trovo finalmente un’appagante risposta alla mia frustrazione di non riuscire mai a vedere un UFO da vicino né, tantomeno, un suo conducente.

Ma tornando al marketing dei crop circle, esiste un vero e proprio turismo dei cerchi nel grano, con strutture e agenzie che organizzano viaggi per fare “esperienze magiche” visitando i “luoghi sacri” dei crop circle. Fioriscono poi, in ogni parte del globo, convegni, seminari e incontri sui crop circle. Tutto lavoro per il “turismo congressuale”.

Ed esiste un fiorente mercato, un merchandising dei crop circle fatto di gadget, poster, quadri, magliette, libri, raccolte foto, vignette e fumetti, siti internet, software per creare da sé i cerchi, dvd (addirittura case di produzione di documentari sui crop), canzoni, brani musicali, film (ricordiamo soltanto Signs del regista M. Night Shyamalan). Di tutto e di più, persino terriccio e steli dei campi interessati dai crop circle (alla stregua di moderne reliquie new age), pietre decorate con i cerchi. Un fenomenale bric-à-brac dell’oggettistica misteriosofica come pochi se ne vedono di così fantasiosa inventiva e varietà, il tutto organizzato in veri e propri shopping online, addirittura multilingue.

Una squadra di circlemakers composta Rod Dickinson, John Lundberg, and Wil Russell si è costituita in società e realizza crop pubblicitari: secondo alcune fonti con i crop hanno fatturato per centinaia di migliaia di dollari. In passato hanno annunciato la realizzazione di un crop puntalmente realizzato, con tanto di progetti online (potete tra l’altro scrivere a John Lundberg dal sito della società commerciale dei circlemakers per commissionare un crop nel vostro giardino o per lanciare la vostra società, a pagamento).

Vi sono esperti e “studiosi” dei crop circle che peregrinano da un convegno all’altro, da una trasmissione tv all’altra. E, nel caso si tratti di esperti di crop circle autori di libri, o registi di documentari, specialmente se stranieri, si pagano: viaggio, soggiorno e gettone. O, se raggiunti sul posto, l’intervista solitamente se la fanno comunque pagare.

Infine, ma non da ultimo, si è creato un vero e proprio culto dei cerchi nel grano. Culto che si lega sia alla corrente dell’intervento di UFO ed alieni nelle vicende umane, sia alla corrente neopagana e new age di adoratori della “madre terra”. Vi sono intere schiere di adoratori dei crop circle (crop circle believers) che fanno chilometri, anche da un lato all’altro dell’Europa, o del mondo, per entrare nei campi, celebrare riti, sedersi, meditare o stendersi per “assorbire l’energia dei cerchi”.

Per fare questo, occorre pure accamparsi per qualche giorno: e allora, cari adoratori del crop circle, venite tutti, ad esempio, nello Wiltshire ( … a “Mecca” for crop circle researchers… ). Pure National Geographic ha rilevato questa promettente tendenza turistica della zona, definendola appunto “Wiltshire’s New Economy: Crop Circle Tourism” .

Altro particolare, i cerchi nel grano compaiono nella bella stagione (solitamente maggio-agosto) in coincidenza non soltanto con il raccolto, ma pure col fatto che possono permanere più a lungo e dunque consentire maggiori introiti. Tentativi di lanciare sul mercato, oltre i crop circle “classici”, quelli definiti “anomali” (su sabbia, neve o ghiaccio), sono falliti miseramente. Vuoi mettere stendersi di maggio o giugno in un bel campo di grano, rispetto a farlo sul ghiaccio? E quelli di sabbia, poi, durano ancor meno di un castello. Di arena.

I cerchi nel grano rinforzano ulteriormente l’aspetto del culto, facendosi tramite di simboli universali e messaggi che incontrino il favore un po’ di tutti: esoteristi, ufofili, matematici, scienziati, religiosi, gente comune. In questo modo conquistano adepti non soltanto tra gli appassionati del mistero ma, appunto, pure tra ricercatori, paladini del ricongiungimento tra scienza e occultismo. E allora ecco chi li definisce una “simbologia universale”, una “geometria sacra” volta a generare una “popolazione delle stelle” .

Riguardo gli esecutori, è evidente che ormai esistano gruppi spontanei, così come emulatori, dilettanti, a fianco di professionisti dei crop circle. Lo vediamo, ad esempio, da alcuni rozzi tentativi apparsi nei nostri campi: dato il successo e il fatto che i cerchi nel grano, brutti o belli che siano, per ora fanno sempre notizia, i nostri cropartisti  si stanno impratichendo. E data la crisi dell’agricoltura nel nostro paese, forse il business dei crop circle non sarebbe da scartare a priori.

I cerchi nel grano fanno parte di del quel fiorente – specialmente in tempi di crisi come l’attuale – mercato dell’occulto e dei nuovi culti.

Insomma, un fenomeno non da poco dal punto di vista economico e psicosociale. Se davvero fossero gli alieni a realizzare i cerchi nel grano, qualche percentuale sugli incassi bisognerebbe pure iniziare a corrispondergliela.

La mente dei cerchi nel grano e la rivista “Nature”


Il fenomeno dei cerchi nel grano (crop circles) non è recente. Vi sono testimonianze già nei secoli passati (celebre la buffa rappresentazione del povero “diavoletto mietitore” che traccia i contorni in un campo del 1678) e nel 1880 John Rand Capron ne parlò addirittura, per la prima volta dal punto di vista scientifico, sulla rivista Nature (J.R. Capron, Nature 22, 290-291, 1880). Capron ipotizzò che tali formazioni circolari fossero prodotte dal turbinio di venti ciclonici.

Quindi possiamo storicamente affermare che la prima pubblicazione ad occuparsi di cerchi nel grano non è stato un periodico dedicato ai misteri, ma bensì la principale rivista scientifica dell’epoca, ancora oggi tra le più autorevoli a livello internazionale: la britannica Nature che, assieme alla statunitense Science, è strumento di lavoro e aggiornamento per tutti i ricercatori nel mondo.

La passione per le spiegazioni naturalistiche dei cerchi nel grano, è risorta un secolo esatto dopo, nel 1980, quando il meteorologo Terence Meaden (Dalhousie University, Halifax, Canada) perfezionò l’ipotesi di Capron per tentare di spiegare le formazioni che stavano comparendo, sempre più frequentemente, nelle colture dell’Inghilterra meridionale. Meaden ipotizzò che le formazioni collinari del posto consentissero alle trombe d’aria di stabilizzarsi abbastanza a lungo da consentire la formazione dei cerchi nei campi. Peccato che, oltre ai semplici cerchi, cominciassero a comparire immagini geometriche, frattali, figure umane ed animali, sempre più vaste e complesse. Se fosse stato vento, si sarebbe dovuto pensare, quanto meno, al dio Eolo.

Era evidente che dietro i cerchi ci fosse una mente. Ma di che tipo? Una mente creativa, raffinata, artistica, persino scientifica e matematica. Data la natura misteriosa e la comparsa apparentemente improvvisa dei cerchi (solitamente nell’arco di una notte, ma c’è un caso recente di agroglifo sviluppato in 3 notti) saltò fuori l’idea che a tracciarli fossero UFO ed alieni. L’idea venne rafforzata da alcune testimonianze che parlavano di misteriosi globi luminosi volteggianti sui campi e, in contemporanea, ecco apparire gli agroglifi (pittogrifi o pittogrammi, le definizioni del fenomeno si stanno moltiplicando come gli stessi cerchi).

Poi fu la volta degli artisti  Douglas Bower e David Chorley che nel 1991 confessarono di aver realizzato una beffa nei campi d’orzo dell’Hampshire, a seguito della lettura di articoli che attribuivano tali formazioni all’intervento degli UFO. Ma le immagini dei due artisti buontemponi, con le tavolette di legno ai piedi, spiegano formazioni semplici, grezze. Mentre restano un punto interrogativo formazioni sempre più estese, ricche di simboli esoterici, matematici, religiosi.

Nature (465, 693, 10 June 2010) torna oggi ad occuparsene con la pagina delle “opinion”, a firma di Richard Taylor (professore di fisica, psicologia ed arte al dipartimento di fisica dell’Università dell’Oregon, Eugene, Oregon, USA), con un titolo molto esplicito: “L’evoluzione dei cerchi nel grano”.

L’idea di Taylor (che evidentemente è un assiduo frequentatore di campi, vedi foto), come di molti commentatori del fenomeno, è che dietro i cerchi nel grano non ci sarebbero singole menti di improvvisati ed estemporanei buontemponi, ma bensì team, gruppi ben organizzati di artisti, matematici e informatici. Attrezzati di tutto punto sotto il profilo tecnologico e scientifico. La loro opera, rientrerebbe in quella corrente che già da tempo è stata definita land art (e, se ci pensiamo, sempre esistita nelle culture umane: persino le linee di Nazca potremmo inquadrarle in questo genere di espressioni). Sarebbe il momento di inventare un paio di neologismi definendo “croparte” questa nuova corrente e “cropartisti” i suoi seguaci (mediando dall’inglese circlemakers).

L’ipotesi più plausibile e razionale è che fenomeni naturali all’orgine degli arcaici cerchi nel grano, come quelli osservati e descritti in passato da John Rand Capron, abbiano stimolato la fantasia e la creatività di artisti che, appunto, hanno fatto successivamente “evolvere” i cerchi nel grano in funzione dell’organizzazione dei tem di cropartisti e delle tecnologie disponibili. Li hanno fatti evolvere, aggiungo io, anche e soprattutto in funzione del successo mediatico ed economico che ad un certo punto hanno iniziato a profilarsi all’orizzonte.

E’  del resto caratteristica comune agli allestimenti artistici e pubblicitari della nostra epoca: diventano famosi, acquisiscono notorietà e valore, quanto più vengono visti, discussi, criticati. Suscitando magari diatribe e polemiche, scatenando cioè emotività (emotional marketing). Per tale motivo si fa pure in modo – vedi esempio Maurizio Cattelan – di creare allestimenti controversi, di grosso richiamo e visibilità, in luoghi pubblici o di grande passaggio.

Che tipo di attrezzature usano i cropartisti per creare queste figure? Ad esempio la medusa di 180 metri comparsa l’estate dello scorso anno in un campo d’orzo dello Oxfordshire (Regno Unito). Ma pure le immagini che integrano le forme euclidee con le icone frattali, come le curve di Koch e i set di Mandelbrot.

«Una seconda ondata di artisti dei cerchi – scrive Taylor – ha curato la realizzazione di  centinaia di pittogrammi sempre più sofisticati apparsi ogni anno in tutto il mondo. La matematica è fondamentale per il design moderno, che incorpora simboli e costanti fondamentali come φ – la “sezione aurea” – e pi greco, a volte con una precisione di dieci cifre. Grazie alla maggiore potenza di elaborazione, le equazioni iterattive sono utilizzate per generare le forme che si ripetono in molte scale. I pittogrammi oggi possono misurare 300 metri e possono contenere fino a 2.000 elementi».

Questa fusione tra matematica, scienza, architettura, ingegneria, informatica ed arte, darebbe luogo al fenomeno della comparsa dei cerchi nel grano. Per quelli più complessi, sofisticati ed elaborati, non si tratterebbe di pochi sprovveduti con le tavolette ai piedi, corde e rulli da giardino, sgabelli da bar. Ma bensì di team organizzati e coordinati che impiegano moderni metodi di progettazione e costruzione.

I modelli di oggi sono tracciati con computer, puntatori laser e tecnologia satellitare. La particolare piegatura degli steli vegetali – invece che schiacciati o rotti – ha anch’essa una funzione artistica ed estetica. L’orientamento del peduncolo può variare tra le diverse parti del pittogramma, e la tessitura è utilizzata per creare livelli multipli, che danno la percezione di profondità, con trame d’ombra che cambiano a seconda di come gli steli vengono illuminati dal sole.

Come spiega John Lundberg, uno dei rari cropartisti rivelatori (per interesse commerciale, ha creato una società su questo business): accettiamo che l’uomo sia andato sulla Luna – anche se ancora qualcuno non ci crede – e non che possa fare dei disegni in un campo. Inoltre Lundberg confessa di utilizzare dei “banali” software CAD per disegno tecnico (Computer-Aided Drafting, disegno tecnico assistito dal computer) che ogni ingegnere, architetto, geometra o perito progettista, conosce come le proprie tasche. E il veronese Dario Gambarin si dedica alla land art con un trattore. Certo, un crop circle progettato da un CAD o realizzato da un trattore è immensamente meno affascinante di uno ideato da un UFO proveniente da Zeta Reticuli.

Insomma dietro i cerchi nel grano ci sono delle belle testoline. E pure delle belle apparecchiature. Ma non certamente da imprese spaziali. I cropartisti riescono a far parlare di sé con opere che poi, come i mandala tibetani disegnati con la sabbia dai monaci buddhisti, scompaiono. Lasciando però dietro di sé foto, filmati e infiniti commenti che gireranno in eterno grazie ad internet e gli altri media. Un vero successo. A poco prezzo.